Centrale idroelettrica di temù

La Val d'Avio - sulla sinistra orografica dell'Alta Valle Camonica - è notoriamente conosciuta perché da essa si accede al Rifugio Garibaldi e alle cime che fanno da corona all'Adamello.
Temù, che è collocato all'inizio della Val d'Avio, è diventato pertanto la "porta naturale" dell'Adamello. L'itinerario qui proposto si sofferma nei pressi dell'abitato, dove a circa un km, in località Centrale, a lato del fiume Oglio, esiste un'interessante testimonianza di archeologia industriale.
Il fabbricato, già adibito a centrale idroelettrica, fu edificato negli anni seguenti il primo conflitto mondiale: i lavori, furono eseguiti dal 1921 al 1927 da parte della Società Generale Elettrica Adamello, sotto la direzione dell'ing. Bettinetti.
La centrale costituiva l'anello finale di una serie di opere idrauliche che, negli anni Venti, interessarono tutta la parte alta della Val d'Avio. Sono infatti ben cinque le dighe dislocate a varie quote, e più precisamente: quella del lago Pantano, del Venerocolo, del Benedetto, del lago e del laghetto d'Avio.
L'acqua in essi contenuta, pari a circa 50 milioni di metri cubi, fino al 1984 veniva convogliata, attraverso una galleria, al Monte Calvo e da qui, per mezzo di una condotta forzata, andava ad alimentare i tre gruppi generatori della centrale di Temù.
Dal 1922, anno in cui entrò in funzione, fino al 1984, data in cui è stata disattivata, la centrale di Temù ha prodotto in media la potenza di 33.000 Kwh. Ora l'acqua dei laghi d'Avio è convogliata, mediante una nuova e lunga galleria nel cuore della montagna, ad alimentare la nuova centrale di Edolo, una delle più grandi d'Europa.
Nella costruzione della centrale di Temù furono impiegati operai dei paesi dell'Alta Valle in numero superiore alle cinquecento unità nei periodi di maggior lavoro.
In particolare gli addetti alla preparazione e lavorazione del granito erano circa duecento. Vi erano gli spaccapietre, cioè gli addetti alla lavorazione grossolana dei massi granitici; i "portatori", che per mezzo di barelle o piccoli carrelli su rotaia trasportavano i grossi blocchi, dopo la prima lavorazione, nel piazzale antistante il fabbricato; gli scalpellini, che dal masso informe realizzavano i blocchi squadrati; infine i "porta-punte'" ragazzetti addetti al continuo ricambio delle diverse punte usate dagli scalpellini.
I materiali necessari, i cosiddetti "truàncc" (trovanti), erano recuperati direttamente sui fianchi della montagna sovrastante il fabbricato. Ripulti dal terreno vegetale che li ricopriva e messi a nudo, subivano una prima operazione di taglio, che consisteva nella formazione di alcuni fori lungo una linea definita; nei fori venivano inseriti cunei di legno che, bagnati ad intervalli di tempo, ingrossandosi provocavano la rottura dei massi nel senso desiderato.
Le pesanti lastre così ottenute erano trasportate nel piazzale dove gli scalpellini, con perizia, li riducevano nelle forme desiderate. Distribuiti a gruppetti di due o tre, gli scalpellini erano gli "artisti" che, sistemati sotto un rudimentale riparo in caso di pioggia, battevano istancabili con il mazzuolo il granito. Ogni 'bulugnì" (così si chiamava il blocco squadrato) veniva eseguito mediante copiatura di un modello in scala reale, realizzato in "prespan". Tali modelli erano predisposti da parte di un gruppetto di addetti in un locale poco distante, sul cui pavimento di gomma venivano disegnati i vari soggetti.
Il materiale utilizzato, chiamato impropriamente granito o tonalite, è per l'esattezza una diorite quarzifera di cui il massiccio dell'Adamello è costituito per la maggior parte; per questo viene chiamato "granito dell'Adamello". Questa roccia, di origine intrusiva, è costituita da cristalli, più o meno grossi e intrecciati, di feldspati, quarzo e mica.
L'imponente lavoro ha prodotto un edificio austero e imponente, non privo di valori architettonici e monumentali: gli archi acuti si alternano a quelli a tutto sesto nelle enormi porte e finestre, abbinate a bifore o trifore; anche il vetro martellato ben si accosta con il duro granito che sa assumere lucidità e la sa mantenere negli anni.
La superficie complessiva dei graniti lavorati è pari a circa 3000 metri quadrati, corrispondente a più di 1000 metri cubi. Una montagna di rocce che, privata dalle impurità delle schegge, è motivo di vanto per il paese, ma anche di rimpianto perché, ormai in disuso, ha perso una parte della sua grandiosità.